Parole di speranza

In più parti, da lungo tempo, ci si accontentava di una religiosità popolare, che si nutriva di pratiche e di usanze religiose tradizionali, non vivificate dal contatto con la liturgia e la parola di Dio, non inserite in un contesto di istruzione religiosa approfondita. Alla stessa liturgia i laici assistevano passivamente, oggetto, non soggetto dei riti santi, spettatori non attori: il celebrante man mano si distanziò dalla comunità, seguendo l’altare spostato sempre più verso lo sfondo dell’abside: il popolo non parlò più e non poté seguire le letture fatte da un lettore che gli voltava le spalle; il cuore della messa, il canone, fu letto dal celebrante sotto voce, mentre, individualisticamente, ciascuno diceva qualche preghiera per conto proprio senza guardare gli altri. In chiesa si pregava un po’ come si mangia alla trattoria, dove uno è a un tavolo, uno ad un altro; uno è alla minestra, l’altro alla frutta. Ben altra cosa, mangiare in famiglia, tutti insieme, i genitori coi loro figlioli, i figlioli sotto lo sguardo della loro mamma. La liturgia rinnovata porta al senso della famiglia, al pregare comunitario.

Albino Luciani (Giovanni Paolo I)