SANTA FAMIGLIA DI GESÙ, MARIA E GIUSEPPE


Domenica fra l'ottava di Natale

Gn 15,1-6; 21,1-3
Sal 104
Eb 11,8.11-12.17-19
Lc 2,22-40

Durante la messa che celebrò nella cripta dell'Annunciazione, il papa Paolo VI pronunziò la seguente omelia:

A Nazareth il nostro primo pensiero sarà rivolto a Maria per porgerle il tributo della nostra pietà, per nutrire
questa pietà dei motivi che devono renderla vera, unica come il disegno divino vuole che sia. Ella è la piena di grazia, l'immacolata, la sempre vergine, la Madre di Cristo e Madre perciò di Dio e Madre nostra; è l'assunta in cielo, la regina beatissima, modello della Chiesa e nostra speranza. Subito le offriamo l'umile e filiale proposito di volerla sempre venerare e celebrare con culto speciale, che riconosca le grandi cose operate in lei da Dio e metta in esercizio i nostri affetti più pii, più puri, più umani, più personali o più fiduciosi, e sollevi in alto, sul mondo, l'esempio della perfezione umana.

Subito le presenteremo la preghiera per ciò che più ci sta a cuore, perché vogliamo onorare la sua bontà e la sua potenza d'amore e di intercessione. La preghiera, che ci conserva in cuore una sincera devozione per lei, la preghiera ci dia il concetto, il desiderio, la fiducia e il vigore della purezza dello spirito e delle membra, del sentimento e della parola, dell'arte e dell'amore; quella purezza che oggi il mondo non sa più come offendere e profanare, quella purezza a cui Cristo ha connesso una delle sue promesse, una delle sue beatitudini, quella dello sguardo penetrante nella visione di Dio. Presentiamo a Maria la preghiera di essere ammessi da lei, la Madre di Dio, la padrona di casa, insieme col mite e forte suo sposo, san Giuseppe, nell'intimità con Cristo, il suo umano e divino Figlio Gesù.

La casa di Nazareth è la scuola dove si è iniziati a comprendere la vita di Gesù, cioè la scuola del vangelo.
Qui si impara ad osservare, ad ascoltare, a meditare, a penetrare il significato così profondo e così misterioso di questa manifestazione del Figlio di Dio, tanto semplice, umile e bella. Forse anche impariamo, quasi senza accorgercene, ad imitare. Qui impariamo il metodo che ci permetterà di conoscere chi è Cristo. Qui scopriamo il bisogno di osservare la cornice del suo soggiorno in mezzo a noi, cioè i luoghi, i tempi, i costumi, il linguaggio, i sacri riti, tutto insomma ciò di cui Gesù si servì per manifestarsi al mondo. Qui tutto ha una voce, ha un significato, tutto ha una duplice virtù d'impressione, l'una esteriore che i sensi e la percettività dei presenti possono ricevere dalla scena evangelica, quella di coloro che guardano il di fuori, che solo studiano e criticano la veste filologica o storica dei libri sacri, e che nel discorso biblico si chiama la "lettera".

Questo studio è prezioso e necessario, ma opaco per cui ad esso si ferma; è capace di infondere illusione ed orgoglio di scienza a chi non osserva con occhio limpido, con animo umile, con buona intenzione, con preghiera interiore, l'aspetto fenomenico del vangelo. Esso concede la sua impressione interiore, cioè la rivelazione della verità, della realtà che insieme presenta e racchiude, solo a chi si mette nella fase della luce, risultante dalla rettitudine dello spirito, cioè del pensiero e del cuore. Condizione soggettiva e umana, che ciascuno dovrebbe dare a sé stesso, risultato insieme dall'imponderabile, libera, gratuita folgorazione della grazia. Essa, per il mistero di misericordia che regge le sorti dell'umanità, non manca, a date ore, in date forme, no, non manca ad ogni uomo di buona volontà. Questo è lo "spirito".

A questa scuola di Nazareth comprendiamo perché dobbiamo tenere una disciplina spirituale, se vogliamo seguire la dottrina del vangelo e diventare discepoli di Cristo. Oh! come volentieri vorremmo ritornare fanciulli e metterci a questa umile e sublime scuola di Nazareth! Quanto ardentemente desidereremmo di ricominciare, vicino a Maria, ad apprendere la vera scienza della vita e la superiore sapienza delle verità divine. Raccogliamo almeno in modo furtivo alcuni brevi ammonimenti della casa di Nazareth.
In primo luogo, essa ci insegna il silenzio. Se rinascesse in noi la stima del silenzio, atmosfera meravigliosa e indispensabile dello spirito: mentre siamo storditi da tanti frastuoni, rumori e voci clamorose nella esagitata e tumultuosa vita del nostro tempo. Silenzio di Nazareth, insegnaci ad essere fermi nei buoni pensieri, intenti alla vita interiore, pronti a ben sentire le segrete ispirazioni di Dio e le esortazioni dei veri maestri. Insegnaci quanto importanti e necessari siano il lavoro di preparazione, lo studio, la meditazione, l'interiorità della vita, la preghiera, che Dio solo vede nel segreto.

Qui comprendiamo il modo di vivere in famiglia. Nazareth ci ricordi che cosa è la famiglia, cosa è la comunione di amore, la sua bellezza austera e semplice, il suo carattere sacro e inviolabile; ci faccia vedere com'è dolce ed insostituibile l'educazione in famiglia, ci insegni la sua funzione naturale nell'ordine sociale. Infine impariamo la lezione del lavoro.
Oh! dimora di Nazareth, casa del Figlio del falegname! Qui soprattutto, desideriamo comprendere e
celebrare la legge, severa certo, ma redentrice della fatica umana; qui nobilitare la dignità del lavoro in modo che sia sentita da tutti; ricordare sotto questo tetto che il lavoro non può essere fine a sé stesso, ma che riceve la sua libertà ed eccellenza non solo da quello che si chiama valore economico, ma anche da ciò che lo volge al suo nobile fine.

Grande motivo dell'operare dell'uomo è l'obbligazione, che mette in esercizio la sua libertà; era nel Vecchio
Testamento il timore, e nella prassi di ogni tempo e nostra, l'istinto e l'interesse; è per Cristo, Lui stesso dato al mondo dal Padre per amore, l'amore. Egli insegnò ad obbedire per amore; è questa la sua liberazione. Dio – ci insegna sant'Agostino - dette comandamenti meno perfetti al popolo che doveva ancora essere tenuto sotto il timore; e comandamenti più perfetti con suo Figlio al popolo che ormai aveva deciso di liberare con l'amore. Cristo nel Vangelo ha recato al mondo lo scopo supremo e la forza suprema dell'azione, e perciò della libertà e del progresso: l'amore. Nessuno lo può superare, nessuno vincerlo, nessuno sostituirlo. Il codice della vita è il suo vangelo. La persona umana raggiunge nella parola di Cristo il suo più alto livello: la società umana vi trova la sua più congeniale e la sua più forte coesione.

Beati noi se non faremo dell'egoismo il criterio direttivo della vita e suo scopo il piacere, ma sapremo scoprire nella sobrietà un'energia, nel dolore una fonte di redenzione, nel sacrificio il vertice della grandezza. Beati noi se preferiremo essere oppressi che oppressori, se avremo fame di una progrediente giustizia; beati noi, se per il regno di Dio, nel tempo e oltre il tempo, sapremo perdonare e lottare, operare e servire, soffrire e amare. Così ci sembra di riudire la sua voce, oggi. Allora era più forte, più dolce e tremenda; era divina. Ma cercando di raccogliere qualche risonanza delle parole del Maestro, abbiamo l'impressione di diventare i suoi discepoli e di essere, non a torto, pieni di nuova sapienza e di coraggio.