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Sulle impronte di Don Antonio Sciarra

La vita di don Antonio è stata un itinerario profondo di umanità e una ricerca intensa di Dio, radicata nel Vangelo e ispirata dallo Spirito Santo.

Significativamente i suoi 5 decenni di prete coincidono esattamente con i 50 anni del Concilio Vaticano II, quella “novella Pentecoste” che tante speranze ha suscitato nella chiesa e nel mondo intero.

Era giovane studente di Teologia al Seminario di Chieti quando, il 25 gennaio 1959, Papa Giovanni XXIII indisse il Vaticano II. Prete da poco più di un anno, ha potuto seguire in diretta e da vicino quell’evento straordinario che avrebbe tracciato la strada su cui la chiesa avrebbe camminato verso il nuovo millennio: dalla sua apertura, l’11 ottobre 1962, alla sua conclusione, l’8 dicembre 1965.

L’8 dicembre – festa di Maria Immacolata, Madre del Signore e della Chiesa, madre spirituale di ogni credente – giorno in cui, come coincidente compimento della sua esistenza, don Antonio chiudeva la sua esperienza terrena!

La sua azione pastorale si ispirò ai grandi documenti conciliari: la Sacrosanctum concilium, dedicata alla liturgia; la Lumen gentium, meditazione sull’identità profonda della Chiesa; la Dei Verbum, tesa a riaffermare la centralità della parola di Dio nella vita della chiesa; la Gaudium et spes, riflessione sul rapporto tra i cristiani e la modernità, la storia, l’umanità tutta e diversa.

E, verso il mondo intero, sentì subito l’attrazione dell’ Ad gentes, il decreto sulla Missione tra i popoli della terra, e l’invito a prepararsi a narrare il Vangelo di Gesù tra i lontani, là sulle frontiere del mondo, tra i poveri che non conoscono ancora, o non conoscono più, il lieto messaggio della liberazione e della resurrezione.

Così, il programma di Gesù Cristo diventava anche il suo programma, proprio sull’indicazione data da Luca, al capitolo 4 del suo Vangelo:

Lo Spirito del Signore è sopra di me;
per questo mi ha consacrato con l’unzione,
e mi ha mandato per annunciare ai poveri un lieto messaggio,
per proclamare ai prigionieri la liberazione e ai ciechi la vista;
per rimettere in libertà gli oppressi,
e predicare un anno di grazia del Signore.

La forza propulsiva del Concilio divenne la forza propulsiva di don Antonio. La scintilla di rinnovamento conciliare accese il fuoco del rinnovamento di idee, attività, forza morale, gioia e speranza che ha animato tutto il servizio di don Antonio. Quella “bussola” con cui orientarsi nel vasto oceano del terzo millennio – come Giovanni Paolo II ebbe a definire il Concilio – si concretizzò nella persona stessa di don Antonio, il quale diventò bussola e orientamento per innumerevoli giovani e non-più-giovani, donne e uomini che si avvicinavano a lui o per i quali lui si faceva prossimo: prossimo alla loro vita, ai loro bisogni, alle loro attese, ai loro desideri più profondi.

Nel giorno mensile del ricordo della sua morte, dopo esserci ritrovati a celebrare l’Eucarestia e a pregare per lui nella comunione dei santi del cielo e della terra, siamo ora tutti felici di poter consegnare alla comunità ecclesiale marsicana uno spazio-memoria del suo servizio alla Chiesa locale e alla Missione universale.

Tutti noi che da don Antonio abbiamo imparato a cercare la centralità della Parola di Dio, a sentire la liturgia come fonte e culmine della vita della Chiesa, a vivere la Chiesa come casa e scuola di comunione, a partecipare come cristiani nella compagnia degli uomini, facendone esperienza nella storia generazionale degli ultimi 50 anni, tutti noi abbiamo accolto con gioia il desiderio del Vescovo, della Caritas e dell’Ufficio missionario della diocesi, di dedicare una sala a don Antonio Sciarra. Con gioia ne abbiamo compreso il significato e ci siamo adoperati a rivestirla di segni eloquenti, a renderla “un bel racconto” del suo servizio missionario “fidei donum”. Con gioia riconsegniamo quella sala alla vita pastorale missionaria della chiesa, perché possa essere utilizzata come strumento vivace di quello spirito missionario che fu di don Antonio e che appartiene alla Chiesa intera, corpo del Signore e segno del mistero universale di salvezza in mezzo all’umanità.

Siamo certi che sarà un luogo di ricerca e studio per la pastorale missionaria; di dialogo con le culture del mondo; di spiritualità e di preghiera secondo finalità missionarie; di animazione per un’incisiva evangelizzazione, per i luoghi che abitiamo come per quelle terre in cui, o verso le quali, sono impegnati operatori missionari della Marsica, in tanti modi e forme, così come lo Spirito del Signore ha voluto orientarli per rendere presente i piani di Dio nella storia e nel mondo.

Mentre continuiamo a interrogarci su cosa il Signore abbia voluto chiedere – e voglia ancora chiedere – a ciascuno di noi attraverso anche la figura di don Antonio Sciarra, questa sala, a lui dedicata, sarà per tutti occasione di continuare il cammino iniziato con lui, “sulle sue impronte”, come partecipazione a un progetto di vita del quale sentiamo di restare investiti dopo il suo passaggio accanto a Dio.

“Nessuno che abbia messo mano all’aratro e poi si volge indietro è adatto per il Regno di Dio”, avverte Gesù (Lc 9, 62).

Cosa può significare per noi quest’appello del Vangelo?

Cosa può voler dire “aver messo mano all’aratro”?

Può esserci di aiuto a capire meglio la nostra situazione l’episodio della vocazione di Eliseo, che la Bibbia racconta nel primo libro dei Re 19, 19 – 21. Il profeta Elia sta terminando il corso della sua vita e deve lasciare ad altri, consegnare ad altri la sua missione.

Passando accanto ad Eliseo che ara il suo campo (cioè è intento “alle sue cose”, al suo lavoro, alla sua famiglia, ai suoi impegni …) getta su di lui il suo mantello, distintivo della funzione profetica vissuta. Eliseo, capendo di essere invitato a raccogliere l’impegno che era stato di Elia, lo prega di lasciarlo prima andare a salutare i suoi.

La risposta di Elia suona più o meno così: “Vuoi tornare alla casella di partenza, come se nulla fosse accaduto, come se io non avessi fatto niente?”

Allora – dice il testo – Eliseo immola i buoi, cuocendoli con il legno dell’aratro, e accetta di essere investito della missione di Elia: raccoglie il suo mantello e comincia a camminare “sulle sue impronte” …. a far “fiorire il deserto”, diremmo noi nella nostra situazione (con audace pudore sulle differenti qualità tra gli uomini che Dio invia in ogni tempo e luogo della storia!) … e, sull’esempio di don Antonio, seguire Cristo – che è l’appannaggio di ogni battezzato – ricevendo il suo Spirito per “compiere le sue stesse opere e anche di più grandi” (Gv 14, 12) , facendo il bene ovunque si passi, come ha fatto lui, che “Dio consacrò in Spirito Santo e potenza” e che “passò facendo del bene a tutti coloro che incontrava” (Atti 10, 38).

E’ un’offerta di vita che ci riguarda, che chiama all’impegno, per essere noi ancora persone e comunità di servizio, testimoni della tenerezza, dell’amore, della sollecitudine di Dio verso il mondo. Lui, il Signore, porti a termine tutti i nostri tentativi, il nostro desiderio e la nostra determinazione di non esaurire la forza spirituale e umana di don Antonio!

don Elio Tarola e altri sacerdoti della diocesi di Avezzano, chiesa del Seminario, 8 febbraio 2013

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risate21112014

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